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(seconda parte : “Vino in bottiglia: è giunta la sua fine?” )


Il caso Lila Wines

Lila Wines  imbottiglia in lattina il 100% della produzione, che consiste in un bollicina rosé e bianca dall’Italia, un rosè fermo dalla Francia e un Pinot Grigio dall’Italia.
Prezzo medio 12 dollari (10 euro circa) per 4 lattine.
Il sito, dall’appeal giovane, nella sezione FAQ intende smentire i preconcetti legati al vino in lattina e usa tutte le possibili leve di marketing.

Si parte dal nome evocativo-esotico, oltre che facilissimo da pronunciare: Lila si rifarebbe, secondo gli autori, ad una parola sanscrita che significa “giocare/suonare come gli dei”.
Dopo aver smentito i preconcetti sulla qualità del vino in bottiglia versus vino in lattina si legge “Lila Wines sono confezionati in lattine ideate ad hoc e sostenibili, in grado di preservare la qualità del vino in esse contenute. Con un rivestimento interno più spesso e un maggiore spessore della parete rispetto alle lattine tradizionali, ogni lattina Lila è chiusa con in coperchio unico per garantire un sapore fresco e pulito. E, a differenza del vino imbottigliato, le lattine Lila non assorbono i raggi UV mentre sono sullo scaffale, aiutando così a conservare il vino nel tempo”.

Si passa poi a parlare dei vantaggi (porzioni singole, facili da trasportare e da raffreddare– perché forse ci stanno meglio nella borsa frigo o in un ruscello durante il pic-nic? ), volume ( una confezione da 4 lattine contiene il 33% in più di vino di una bottiglia da 750 ml ), apporto calorico (confrontato con selz, limonata e cider), proprietà gluten-free e modalità di servizio.

Fino ad arrivare al tema della sostenibilità (100% materiale riciclabile, con un dato sulla media di quanto un consumatore ricicla: “ di media, i consumatori riciclano il 45% di lattine in alluminio versus un solo 25% di bottiglie di vetro”, un dato che come si vede si riferisce più a abitudini di vita che non a dati effettivi sulla riciclabilità di un materiale piuttosto che di un altro).

E, ultimo, ma non in ordine di importanza, una corposa rassegna stampa, dal Boston Magazine, a Wine Spectator a InStyle, e ovviamente i riferimenti social, dove a sorpresa non campeggiano solo Instagram e Facebook, ma anche Twitter (anche se solo un centinaio di followers) segno forse che il pubblico su cui punta non riguarda solo i giovani (sopra i 21 anni) instgrammers ma anche qualche meno giovane utente Twitter.

Vini in lattina: i fattori di successo

La sezione FAQ di Lila racchiude i maggiori assi nella manica del vino in lattina,
cui vanno aggiunti:
-il costo contenuto grazie ad un contenitore in alluminio invece che in vetro,
-il basso carbon foot print in caso di spedizione grazie proprio al peso leggero,
-la possibilità di un consumo direttamente dalla lattina, che lo rende ideale per quei contesti in cui bicchieri e vetro sono proibiti (piscine, concerti, etc).

Ad aver innalzato la qualità percepita è stata anche la positiva congiuntura della birra artigianale – che in America è servita per lo più in lattina più che in bottiglia come invece è in Italia.
A sottolineare questa congiuntura felice su Wine Spectator è Jordan Kivelstadt, fondatore del servizio di imbottigliamento in lattina Free Flow Wines in Napa Valley: “grazie al movimento della birra artigianale, i consumatori stanno iniziando a credere che si possa avere un prodotto di alta qualità in lattina”.

I Millennial

Un consumatore giovane e aperto, in cerca di qualcosa di unico.
A descriverlo così è Sam Buis, direttore del wine bar Kingfishernella Logan Circle in Washington DC, dove tutti i vini venduti sono in lattina.

L’appeal del vino in lattina non si imita però solo ai Millennial, che sono certamente disposti a provare nuovi formati, rivela Jaymie Schoenberg, responsabile marketing per i brand specifici di Constellation, incluso Black Box, la linea di prodotti in bag in box. “Tuttavia, constatiamo una crescita anche nelle altre fasce di età, man mano che i consumatore diventano consapevoli di questa categoria.”

Proprio una ricerca del Texas Wine Marketing Institute a firma di Nicholas Johnston (Beyond the 750ml Bottle: Millennials’ Responses Towards Alternative Wine Packaging), rivela però come il vino in lattina attragga in maniera diversa i Millennial a seconda della fascia di età.
Lo studio ha coinvolto 1151 persone su scala nazionale fra i 21 e i 39.
Ne è emerso che la lattina genera la maggiore percezione di qualità, rispetto a bag in box e Tetrapak.

All’interno dei Millennial, Johnston ha tuttavia rilevato una divergenza fra i più giovani, che trovano che il vino in lattina abbia un aspetto infantile (“mi ricorda le scuole superiori”) e che optano per altre confezioni nell’intento di ribadire la raggiunta maggiore età, e i Millennial più maturi che possiedono una certa confidenza e non devono dimostrare nulla e che avvallano in toto il vino in lattina.

Altri consumatori ideali

A rinforzare le fila di questi ultimo, ci sono anche casalinghe/mogli, che non hanno così bisogno di aprire un’intera bottiglia per cucinare, come pure categorie ben diverse, come quelle delle golfiste non proprio in erba.
A riportare l’episodio in un articolo, è Ryan Harms, proprietario della Union Wine & co.: “Ho sentito una donna sui settant’anni esclamare: “queste lattine sono perfette per il corso di golf !”. Non è esattamente quello che mi sarei aspettato come profilo demografico del nostro prodotto ma sicuramente sottolinea la grande comodità del vino in lattina”.

Sicuramente grazie alla trasportabilità e facilità di servizio, i vini in lattina sono ideali per picnic, campeggio, attività all’aria aperta e sport e potrebbero col tempo conquistare un’ancora maggiore fascia di mercato.

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